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IL COLORE

IL COLORE è una passione, ma è anche tecnica.


La finitura a colore, che comprende anche le mille sfumature di bianco, è fondamentale per un’ottima riuscita e tenuta dell’intonaco, sia per interni che per esterni.


La pittura a calce con l’utilizzo di pigmenti naturali è una tecnica antica di elevata resistenza che aiuta a non pellicolare e staccarsi del colore dall’intonaco.

Gli effetti della pittura a calce sono molteplici, dalla velatura al marmorino, e il risultato finale è estremamente elegante e duttile a seconda del tipo di ambiente che si vuole ricreare.


L’impiego del marmorino che io ad oggi consiglio spesso sia per gli interni che per gli esterni, era già conosciuto al tempo dei Romani; allora veniva usato in spesse e multiple stratificazioni, ottenendo una superficie liscia, compatta e piana. 
Talvolta i primi strati erano costituiti da calce e cocciopesto che era in grado di assorbire una maggiore quantità di sali solubili nelle murature umide. 
Nel medioevo l’intonaco con polvere di marmo fu utilizzato solo per le stesure di base da dipingere poi ad affresco. Tale impiego rimase limitato all’area dell’alto Adriatico e forse trae le sue origini nel Regno Romano d’Oriente.
L’organizzazione del lavoro di allora non consentiva lavorazioni complesse, infatti troviamo realizzazioni in un’unica stesura, di soli due o tre millimetri, con la superficie lisciata e caratterizzata da ondulazioni, una superficie bianca come quella di una tavola per dipingere. 
Dalla fine del Quattrocento si realizzeranno tutta una serie di costruzioni che cercheranno di riprendere l’architettura romana e queste inizieranno ad avere una semplice lisciatura a calce e polvere di marmo su un intonaco con sabbia, quello che oggi chiameremmo spatolato di calce, allora realizzato a cazzuola, che via via si completa nella sua configurazione originaria di marmorino con lo strato di cocciopesto. Questa elegante finitura caratterizzerà molta dell’architettura veneziana del rinascimento, impreziosirà i fronti che si specchiano sul Canal Grande, confondendosi con quelli in pietra d’Istria, così come molte superfici meno importanti dei centri storici veneti.


Il marmorino caratterizzerà anche le mirabili opere architettoniche di grandi artisti veneti come Sansovino, Palladio, Vincenzo Scamozzi e tanti altri. Opere come le Procuratie Nuove, le chiese di San Giorgio e del Redentore a Venezia, le ville venete della Malcontenta, di Maser e della Rotonda, la Loggetta di San Marco a Venezia sono tutte opere apprezzate nel mondo anche per la loro preziosa finitura. Una finitura che simulava il materiale nobile della pietra come ci ricorda il caso di Palazzo dei Diamanti a Ferrara dove la parte di rivestimento in pietra giunge sino alla fine del piano nobile ossia dove l’intonaco imitava l’effetto della pietra; un espediente questo che caratterizzerà molte architetture del tempo.



Il Sei e il Settecento sono i periodi che presentano la maggiore diffusione del marmorino, soprattutto nell’area Veneta. Lo strato di calce e polvere di marmo si configura con un maggiore spessore, mediamente quattro millimetri, e la lavorazione avviene mediante ferri più ampi che consentono un perfetto livellamento della superficie. Queste stesure allora insistevano di norma anche su di un altro strato, costituito da calce e cocciopesto, il quale risultava particolarmente indicato nelle zone umide. Da tali realizzazioni che caratterizzeranno le superfici di moltissime edificazioni del Veneto, deriverà anche la denominazione di “marmorino veneziano” che si riferisce proprio all’insieme di questi diversi strati di intonaco.
 Parimenti alla pietra naturale anche la pietra artificiale, il marmorino, veniva trattata per aumentare la sua lucentezza e la sua resistenza agli agenti atmosferici, e nel “L’Architettura” di Leon Battista Alberti apprendiamo di una finitura a cera e di una a sapone. La prima di queste finiture, in realtà un insieme di cera,  resina, mastice  e olio siccativo, veniva applicata ad intonaco asciutto e veniva fatta penetrare nella superficie con il calore dei bracieri, poi la superficie doveva essere strofinata accuratamente sino alla lucidatura. La seconda di queste finiture era decisamente più semplice e prevedeva la lisciatura dell’ultimo strato irrorandolo con il sapone bianco sciolto in acqua tiepida. L’effetto di queste due finiture era decisamente opposto, la prima portava ad una saturazione cromatica, quindi adatta per le realizzazioni di piccole misure con intense colorazioni, mentre la seconda portava ad un biancore della superficie, più adatta quindi alle ampie pareti chiare. Bisogna fare presente che talvolta l’operazione di encausticatura viene confusa con l’antica tecnica dell’encausto, che invece è il dipingere con colori mescolati a cera sull’intonaco.



Nell’Ottocento abbiamo un grande cambiamento dovuto all’incremento dei costi della manodopera e, per questo motivo, le laboriose lavorazioni a calce diventano sempre più rare e aumentano le realizzazioni e le ricette di cosiddetti “marmorini” costituiti da gesso e colla.

La scelta delle materie prime oggi molto ampia, si deve basare sulla qualità. 


Il colore è determinante, ma per trattarlo bene bisogna conoscere le tecniche che permettono di valorizzarlo, di intervenire sulle tinte creando suggestive differenze di tono, utilizzando tutta la gamma di dieci sfumature dal nero al bianco.

Bisogna conoscere e dosare i pigmenti e naturalmente scegliere i migliori sul mercato, perché se si utilizzano prodotti di scarsa qualità, il risultato ne risente.

Ricerco continuamente le migliori soluzioni disponibili perché mi piace “colorare” il mondo in cui vivo.

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